Discernere significa riferirsi a dei principi per attivarsi in un cammino che conduce ad una presa di posizione o ad una decisione.

Innanzitutto una ‘definizione’ di discernimento. Tra Dio e l’uomo c’ una relazione reale, una comunicazione. Come Dio parla all’uomo? Attraverso pensieri e sentimenti dell’uomo stesso. Dio non agisce nell’uomo introducendo in lui realtà che non gli appartengono. Dio è amore e l’uomo partecipa a questo amore nello Spirito Santo; ed è lo Spirito che agisce come realtà più intima all’uomo. San Paolo ci ricorda che è lo Spirito che attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio! Poiché l’azione dello Spirito Santo è nell’amore, l’uomo la percepisce come verità di se stesso; perciò i pensieri ispirati dallo Spirito e i sentimenti da Lui infiammati, muovono l’uomo verso la sua piena realizzazione.

Va da sé che parliamo di pensieri ‘buoni’, cioè per la vita, per la vita della persona. Ciò che la persona pensa (pensiero) e in qualche modo percepisce e prova (sentimento) interagisce e indica un orientamento.

Per camminare nel discernimento occorre imboccare una via ‘purificativa’, cioè fare luce nell’immagine che la persona ha di sé, togliere ogni sovrastruttura, ogni maschera, ogni deformazione, ogni impalcatura, per arrivare a percepirci e ancor più a conoscersi nella verità e nella realtà.

I greci dicono: conosci te stesso per sapere che non sei un Dio, ma un mortale; i cristiani dicono: conosci te stesso per sapere che sei un mortale, ma l’immagine di un Dio. Affermazione di capitale importanza per una corretta comprensione della vita spirituale in senso cristiano.

“Signore, tu mi scruti e mi conosci”, dice il salmista (Sal 139,1). Dio conosce la vita conscia e la vita inconscia dell’uomo, conosce anche ciò che l’uomo non può conoscere di sé; l’uomo, per parte sua, deve conoscere di essere conosciuto da Dio, cioè di essere preceduto, amato, chiamato e orientato da Dio: per la Scrittura è all’interno di questo movimento basilare che l’uomo può conoscere sé stesso.

In tale ottica, è evidente che la conoscenza di sé da parte dell’uomo è assolutamente inseparabile dalla conoscenza di Dio. Quest’ultima, infatti, senza la conoscenza di sé produce la presunzione, mentre la conoscenza di sé senza la conoscenza di Dio ingenera la disperazione. Tale duplice conoscenza, evento di grazia e di rivelazione, produce invece l’umiltà. Che altro è, infatti, l’umiltà se non l’autentica conoscenza di sé, l’adesione alla propria creaturalità, il riconoscimento dell’humus da cui l’uomo proviene e che può condurlo a umanizzarsi, a divenire homo? Siamo qui alle radici della vita spirituale cristiana.

Il discernimento richiede dunque grande serietà. Perché serio è ciò che si sceglie se è per la vita.

Appartenere ad un’associazione di ispirazione cristiana deve basarsi sul serio discernimento, perché mentre ci si attiva nelle concretezze dell’associazione, non solo ‘si fa del bene’, ma si deve personalmente ‘guadagnare bene’, ‘crescere bene’, ‘esporsi come bene’.

Questo deve diventare, per gli appartenenti alla PASCI, una ‘cultura’.

 

Cultura è il ‘sapore’ della lettura del reale che ciascuno sperimenta nella propria vita.

Vorremmo davvero che l’adesione alla PASCI, frutto di un discernimento, fosse per ciascuno ‘cultura’, modo di pensare, di agire, di vivere.

Possibile definizione di Cultura: significa coltivare qualcosa, curarla, esercitarla e dedicarvisi.

Il concetto moderno di Cultura si può intendere come quel bagaglio di conoscenze e di pratiche acquisite che vengono trasmesse di generazione in generazione.

Secondo una concezione classica, la cultura consiste nel processo di sviluppo e mobilitazione delle facoltà umane che è facilitato dall’assimilazione del lavoro di autori e artisti importanti e legato al carattere di progresso dell’età moderna.

Secondo una concezione antropologica, la cultura presa nel suo più ampio significato etnologico è “quell’insieme complesso che include il sapere, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume, e ogni altra competenza e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società”.

La concezione pragmatica presenta la cultura come formazione individuale, volta all’esercizio di acquisizione di conoscenze “pratiche”. In tale accezione essa assume una valenza quantitativa.

 

La PASCI educa ad una ‘Cultura della convivenza”, che significa con-vivere ossia vivere insieme, che è una necessità: non è possibile per un uomo rispondere pienamente alla propria vocazione umana senza la convivenza, senza l’altro la vita non è umana. È una grande sfida per ciascuno di noi imparare ad incontrare e a confrontarci con gli altri. Il maggiore ostacolo alla convivenza è la paura dell’altro, soprattutto dello straniero. Ma noi non dovremmo dimenticare che in ciascuno di noi c’è uno straniero che ci abita per cui dobbiamo rimuovere i pregiudizi che sono in noi. La nostra società sarà sempre più segnata dalla pluralità, dalla differenza.

Le nostre radici sono plurali e la nostra cultura, la nostra civiltà sono il frutto di questo dialogo e confronto che tra diverse culture.

Perciò ciò che può aprire a una vera convivenza è solo la fraternità.

Emmaus.

Due discepoli di Gesù (uno si chiama Cleopa; l’altro è senza nome, dunque potrei essere anche io) stanno abbandonando Gerusalemme per fare ritorno a casa, ad Emmaus. Veramente non abbandonano la Città santa solamente; abbandonano il tempo che avevano vissuto fino a quei giorni con Gesù. Nel frattempo Gesù è stato accusato, condannato, crocifisso, è morto e sepolto. Poi alcuni dicono che hanno visto la tomba vuota, degli angeli, addirittura Gesù risorto.

Il loro cuore però è chiuso ad ogni novità (e la risurrezione è novità assoluta), perché sono fermi ai loro progetti e al loro modo di vedere la realtà.

Discutono; focalizzano i punti del discorso; si arrabbiano: questo è la loro presa di posizione nei confronti delle ultime vicende di Gesù. E di questo ‘colorano’ tutto il tempo che hanno trascorso con lui, la loro decisione a seguirlo, il previo discernimento per mettersi alla sua sequela.

Lo riconoscevano come profeta. Questo hanno capito di lui. Profeta potente in parole ed opere. Ma come ogni profeta, è stato accusato, equivocato. Sembra abbia fallito.

Perciò se ne tornano a casa dimessi, oserei dire frustrati; e il loro volto non nasconde la tristezza dell’animo.

Partecipare alla vita di un’associazione significa ‘sposarne’ la causa. Io vi porto la mia capacità di lettura della realtà. Nel momento in cui i miei criteri non sanno cogliere la novità che l’associazione offre, è un attimo rimanerne delusi, sconfortati. Facile l’abbandono, il ritorno a casa.

Occorre trovare sinergia tra la propria visione della realtà e le motivazioni dell’associazione: da qui nasce il dialogo arricchente e performativo.

 

Occhi e cuore chiuso; ragione ‘coi paraocchi’: così possiamo descrivere brutalmente i due in cammino, tanto che non sanno riconoscere Gesù nel viandante come loro. Eppure con Lui hanno camminato per villaggi e città; hanno camminato interiormente; hanno camminato nella consapevolezza. Ora è come se tutto fosse cancellato.

Lui, il ‘pedagogo’, li interpella. Chiedendo con discrezione il contenuto del loro dialogare. La prima risposta è l’evidenza: si fermano e hanno il volto triste. Non hanno più il coraggio di continuare quel cammino e la tristezza li contraddistingue. Ma per cosa sono tristi? Perché Gesù è stato trattato male o per le loro aspettative deluse? “Noi speravamo!”, dicono, che fosse lui a salvare Israele. Sono frustrati perché avevano seguito quel “profeta” che li ha delusi.

Cosa mi aspetto da un’associazione e dalle sue opere? Che ‘faccia’ come la penso io? Oppure osservo il suo ‘agire’ e cerco di comprenderne le motivazioni; semmai io vi apporto il mio contributo che sicuramente saprà di novità. Voglio sentirmi raccontare quel che mi piace o mi metto in gioco da ciò che un’idea espressa da un’associazione mi dice?

 

Allora il ‘pedagogo’ incomincia a far loro rileggere la storia che conoscono, quella dettata dalla Parola di Dio, dai profeti; tutta che parla del Messia, del Cristo che loro hanno ben conosciuto, ma che non hanno voluto comprendere. Apre il loro cuore all’intelligenza delle Scritture. “Ri-corda” loro: riporta il tutto al loro cuore. E loro poi diranno: “Non ci ardeva forse un fuoco nel cuore” mentre ci parlava?

Partecipare attivamente ad un’associazione di ispirazione cristiana significa innanzitutto lasciarsi guidare dal Vangelo. È la parola del Signore che offre i criteri quali punti di riferimento per discernere e scegliere le decisioni e l’operato. Certo che il pensiero, la ragione e l’intelligenza, il buon senso e il desiderio di bene offrono un apporto indispensabile; ma il riferimento sono i criteri del Vangelo. In tal modo non si peccherà di efficientismo e non si andrà in conflitto con i diversi pareri. Il ‘Maestro-Pedagogo’ che guida è e rimane Gesù. A noi spetta attualizzare e incarnare la sua Parola per discernere, scegliere e operare. Con la consapevolezza che in Gesù c’è ‘oltre’ e altro’ rispetto alla nostra visione della realtà.

Non si prescinde dalle nostre capacità, non siamo marionette, ma persone libere; è lo sguardo che è ‘orientato’. Il Vangelo non supplisce la nostra umanità e le nostre facoltà, ma eleva.

Arrivati ad Emmaus Gesù fece “come se dovesse continuare il viaggio”. Lui non ci obbliga, non ci imbriglia, non ci ‘omologa’.

Sta a noi, alla nostra libertà, appagati di quanto insegna, dire: “Non proseguire. Fermati, rimani con noi”, perché altrimenti sopraggiunge la sera, la notte, le tenebre, la chiusura, le paure, l’incertezza.

Allora e solo allora entra nella nostra casa.

 

Non siamo noi che dobbiamo modificarci; è lui che si ‘modifica’. Entra nella nostra casa in punta di piedi; si mette a tavola quando noi ci mettiamo a tavole; prende ciò che noi poniamo sulla tavola. Lui si adegua a noi. Anche noi prenderemmo il pane per mangiarlo e lui lo prende nelle sue mani. Anche noi spezzeremmo il pane per distribuirlo e lui spezza il pane.

Ma lui, ecco la novità, ecco l’altro e l’oltre, sparisce dalla nostra vista. Ma rimane il pane che ha spezzato. Perché lui è il Pane. Lo lascia a noi per mangiarlo e distribuirlo.

Lui vuole la nostra collaborazione.

Intuire un’associazione, darsi da fare per ‘costruirla’, aderire all’associazione e divenirne operativi è raccogliere quel pane, farne proprio nutrimento e distribuirlo.

È il nostro pane, ma è anche il Suo Pane che torna ad essere nostro per il servizio. Così servire nell’associazione non è ‘fare’, ma servire. Là dove non è da confondere il servizio con i servizi. Il servizio è ‘lavare i piedi’, cioè la nostra vita inginocchiata di fronte al fratello, alla sorella; i servizi sono ciò di cui ci serviamo (come nella lavanda dei piedi: un asciugatoio, una brocca d’acqua, un catino).

 

Colmi di tutti questi doni, i due di Emmaus anche se ormai si fa sera, non hanno timori di tornare a portare la loro testimonianza agli altri a Gerusalemme. Ripercorrono la strada a ritroso. Non per tornare sui loro passi (non si torna al passato), ma come persone rinnovate, con un pensiero rinnovato, con una voglia rinnovata, con una testimonianza nuova.

Abbiamo incontrato Gesù! Questo dicono.

Dove? Nel loro cammino di fuga. Nella loro tristezza. Nel discorso chiudo e ottuso. Nella casa come rifugio. Nel pane come necessità. Cioè in un giorno fra tanti, in una situazione limite, nella ‘normalità’.

Normalità che diviene straordinarietà.

Così il tuo servizio in associazione, seppur minimo, sarà straordinario ‘bene’. Là dove ‘bene’ non è tanto qualcosa di riuscito, ma tu che ti fai bene per l’altro.

 

Sognare che l’appartenenza alla PASCI divenga ‘cultura’ è esigenza. In qualche modo la PASCI nasce dall’idea della “civiltà dell’amore” evocata da Paolo VI e da Giovanni Paolo II.

Di fronte a questa idea, lo strumento più idoneo per vivere la PASCI è innanzitutto il cammino di discernimento che ciascuno offre a sé stesso. Lasciandosi interpellare dal Signore mentre lui ci offre l’intelligenza delle Scritture che ci conducono “a casa”; non in quella che pretendiamo noi, luogo di rifugio da paure e frustrazioni; quella che indica lui come risposta alla domanda “dove abiti?”: “Venite e vedrete”. La sua casa è il cammino ella nostra vita!

Il discernimento, poi, ci conduce a percepire le motivazioni vere e giuste per appartenere alla PASCI: questo è ‘cultura’: modo di pensare, agire, vivere. Non solo mentre ‘faccio le cose della PASCI’, ma sempre. Forse presunzione? che la PASCI sia un colore della nostra spiritualità. Il tempo ci dimostrerà se la PASCI sarà ‘luogo’ in cui la Sposa (noi) e lo Spirito dicono “Maranatha”.

I volontari della PASCI delle varie zone, sono invitati ad incontrarsi in gruppetti di 3/4 persone per lavorare tramite le 4 domande già ricevute.

Si è aperta, per casi di bisogno, anche nella provincia di Ancona, Casa Joseph, la seconda realtà di accoglienza della PASCI, composta da tre appartamenti più ufficio, destinata a famiglie.

Ma perché JOSEPH?

Perché Giuseppe SOGNA!

Perché Dio tradisce i progetti del minaccioso ed omicida, Erode, con l’umile via del sogno non per risparmiare ai suoi il deserto o l’esilio, ma perché non si arrendano in mezzo al deserto, non si rassegnino all’esilio, siano “casa della vita”.

Dio manda l’angelo perché il “Giusto Giuseppe” sappia accompagnare, prendere con sé e stringere forte a sé il Bambino e sua Madre.

È attraverso il padre, la madre e il figlio, nodo della vita – collocati nel cuore della storia del mondo,

dentro una famiglia, oltre una porta di casa, nell’umile coraggio di un uomo innamorato e silenzioso, che non si appartiene più – che le sorti del mondo si decidono.

Giuseppe è il modello di:

  • ogni credente, dove la fede è risorsa di forza per gli affetti, e gli affetti benedizione per la fede;
  • ogni famiglia, dove si stringe forte a sé la vita dell’altro, perché agli atri si appartiene; dove “dimora con abbondanza” la parola di Cristo (Col 3,16) e dove il bambino, vangelo della vita, è una riserva di sogni e un nido di angeli.

Per tre volte gli angeli parlano: non c’è luce per capire tutto subito, c’è solo tanta luce, quanto basta al primo passo. E i sogni sono piccoli sogni, piccole rivelazioni, nella notte: tutto un futuro rimane nascosto. Ma il sogno e la voce si rinnovano e rinfrancano a ogni passo, fiore di nuova luce nel deserto.

Tutto questo mi fa dire: ben venga “Casa Joseph”! Ben vengano tanti, tanti volontari più che mai consapevoli che nel mondo ci sono degli Erode, che siedono su un trono di morti e che la vita è avventura di pericoli, di strade e di esilio. Ma ancor più consapevoli e certi che dietro a questo c’è un filo rosso, il cui capo è saldo nella mano di Dio.

Sappiano che tutto, l’io, il denaro e il potere tendono a separarci, ma Dio viene come forza per stringerci: mio Figlio tornerà dall’Egitto. mio Figlio vivrà; tutti i nostri figli vivranno.

Quindi tutti vogliamo essere con S. Giuseppe, l’uomo, umile, coraggioso e controcorrente, che “ascolta e fa”! Con e come lui vogliamo:

  • capire dove si cela l’istinto di morte nella storia e allontanarcene;
  • agire in silenzio per la missione suprema: custodire delle vite con la propria vita;
  • essere, allo stesso tempo, più concreti e sognatori inermi eppure più forti di ogni Faraone,

perché vogliamo vivere con Dio, esistere per gli altri ed essere così Vangelo della vita.

Ringrazio Ermes Ronchi, da cui ho tratto e ripreso i pensieri di questo scritto.